Come eravamo: Le donne della Grande Guerra

Pubblicato mercoledì 3 ottobre

Per le donne di inizio ‘900 la prima guerra mondiale rappresentò una preziosa occasione: quella di sovvertire davvero, per la prima volta, i ruoli di genere. L’allontanamento degli uomini dai loro ruoli quotidiani costrinse infatti la società civile (non senza una buona dose di ostilità e diffidenza) ad affidare compiti significativi alle donne rimaste a casa, assegnando loro attività tipicamente maschili. La guerra si trasformò così in un ottimo contesto per dimostrare le capacità femminili anche in campo lavorativo e per consentire alle donne di abbandonare, anche se momentaneamente, il focolare domestico.

Naturalmente si trattava di una situazione di necessità: nessun uomo avrebbe altrimenti concesso il proprio posto di lavoro a delle donne. Ma, come disse il ministro Antonio Salandra: «Chi alla Patria non dà il braccio deve dare la mente, i beni, il cuore, le rinunzie, i sacrifici».

Di fronte a questa importante evoluzione della condizione femminile in tempo di guerra, i movimenti femministi non rimasero a guardare.

Se infatti all’alba della guerra nessuna organizzazione “rosa” si dichiarò apertamente contro il conflitto mantenendo un approccio neutralista o piuttosto ambiguo, le associazioni in gonnella non aspettarono molto per approfittare della grande occasione che la guerra stava concedendo loro.

Con lo scoppiare delle ostilità infatti molte femministe che inizialmente non avevano appoggiato l’entrata in guerra cominciarono ad impegnarsi in attività di supporto al conflitto. L’orgoglio e la soddisfazione che provavano nel sentirsi, per la prima volta, socialmente utili fecero infatti dimenticare i primi istinti neutralisti. Alcune donne appartenenti ai movimenti femministi si spinsero oltre, supportando apertamente il conflitto con attività di informazione politica, propaganda e iniziative patriottiche e, addirittura, alcune femministe interventiste chiesero al governo di rendere obbligatoria la mobilitazione sul fronte interno per le donne dai 14 ai 48 anni ma, naturalmente, la risposta politica fu negativa.

Il cedimento del femminismo al patriottismo fu quindi evidente in Italia così come in molti altri Stati (anche in Gran Bretagna, per esempio). La ragione, decisamente opportunista, è di facile intuizione: molte donne speravano che i compiti svolti durante il conflitto potessero essere mantenuti anche una volta ristabilita la pace e, soprattutto, che le nuove responsabilità assunte si tramutassero in diritti civili e politici riconosciuti. Un desiderio che, sebbene ebbe qualche riscontro significativo nel primo dopoguerra, svanì per la maggior parte dei casi con la dittatura e il ventennio fascista.

Le attività in cui le donne furono coinvolte durante la prima guerra mondiale furono comunque numerose, di forte rilevanza sociale ed economica.

In primis, naturalmente, le attività assistenziali (ovvero le attività in linea con le aspettative dell’epoca): molte donne fecero parte e diressero comitati di assistenza alle vedove e alle famiglie dei soldati al fronte e svolsero attività assistenziali di supporto alla guerra come arrotolamento di bende, raccolta della lana, confezionamento di indumenti per i soldati, assistenza alle famiglie dei militari, informazione per facilitare i contatti tra gli uomini al fronte e le famiglie, punti di ristoro per le truppe in transito, mense gratuite per i poveri, assistenza agli orfani e raccolte fondi.

Le donne, tuttavia, non si limitarono a compiere servizi assistenziali: il vuoto di manodopera lasciato dagli uomini spediti al fronte doveva essere colmato, per non interrompere lo sviluppo industriale che fiorì in Italia nel secondo decennio del Novecento. Ecco perché la manodopera femminile impiegata negli stabilimenti aumentò vertiginosamente: dalle poche migliaia censite all’inizio della guerra, le lavoratrici diventano 23.000 alla fine del 1915, 89.000 alla fine del 1916, 175.000 alla fine del 1917 e circa 200.000 al termine del conflitto.

Molte di queste lavoratrici diventarono operaie tessili: circa 600.000 lavoranti in gonnella producevano infatti divise e uniformi per le forze armate nei laboratori o anche ( e soprattutto) a domicilio nelle proprie abitazioni, con un salario davvero irrisorio.

Un altro ruolo svolto dalle donne durante la prima guerra mondiale, divenuto poi una delle immagini più riconosciute nel dopoguerra, è quello delle infermiere volontarie della Croce Rossa: nel 1915 già 4.000 donne avevano seguito un corso di formazione organizzato dalla CRI per offrire assistenza ai malati e ai feriti negli ospedali locali, nei treni-ospedali o negli ospedali da campo allestiti presso le stazioni ferroviarie. A partire dal 1916 inoltre le infermiere vennero mandate anche al fronte. Nonostante l’utilità del loro lavoro riconosciuta da più parti, le donne infermiere dovettero combattere (neanche fosse una novità) con critiche, resistenze e ostilità da parte del personale medico maschile. L’immagine della donna infermiera che si trovava in diretto contatto con uomini e soldati feriti o personale medico maschile sollevava infatti discussioni aperte sul decoro e sulla moralità del lavoro femminile.

Ci fu un altro settore in cui le nuove lavoratrici si dimostrarono assolutamente all’altezza dei loro colleghi uomini, destando altre ostilità: l’agricoltura. Le donne si trovarono infatti per la prima volta ad usare le macchine agricole per svolgere un lavoro duro, pesante, tipicamente maschile così come si videro costrette a occuparsi della contabilità. Impieghi ben lontani dall’emancipazione dei ruoli ma che dimostrarono l’effettiva forza delle donne contadine, infondendo a tutto il mondo femminile dell’epoca una nuova sicurezza ed un rinnovato orgoglio di genere.

In generale, il dibattito pubblico sulla legittimità del lavoro femminile si scatenava ogni qualvolta le donne assumevano ruoli lavorativi che, fino ad allora, erano stati concepiti come esclusivamente maschili. Impieghi nelle fabbriche, nei trasporti pubblici o perfino negli uffici (le cosiddette camicette bianche), insomma impieghi moderni fino ad allora appannaggio degli uomini creavano particolare malcontento: in realtà si trattava di un numero piuttosto esiguo di casi (un esempio su tutti: le donne impiegate nelle fabbriche che producevano munizioni costituivano solo poco più del 21% della forza lavoro totale ) ma fondamentale.

É infatti da questo numero esiguo di donne e dalla rivoluzionarietà del loro ruolo che scaturì il dibattito fondamentale all’interno della società civile per definire le nuove posizioni sull’occupazione femminile nel dopo guerra.

C’è anche un altro ruolo che le donne ricoprirono durante il primo conflitto mondiale. La guerra rappresentò infatti, per tutti, un grande periodo di fame e carestia e furono le donne a portare avanti una vera e propria rivolta sociale contro le condizioni dell’epoca. Furono le manifestanti in gonnella le principali (quasi uniche) protagoniste dei più grandi scioperi di quel periodo: alle donne infatti poteva essere inflitta solo una multa mentre gli uomini scioperanti rischiavano l’invio al fronte. Le donne furono protagoniste soprattutto negli scioperi industriali (nel 1917 costituivano più del 64% dei scioperanti delle fabbriche ausiliarie) ma anche le contadine diedero vita a numerose proteste.

I nuovi ruoli, il coraggio dimostrato, la visibilità nella sfera pubblica e la nuova centralità assunta dalle donne durante il primo conflitto mondiale crearono il fermento necessario per ottenere una riforma giuridica importante (la prima in assoluto) a loro favore. La riforma di Ettore Sacchi del 1919 abrogò finalmente l’istituto dell’autorizzazione maritale e legittimò le donne ad esercitare tutte le professioni, incluse quelle pubbliche (eccezion fatta per i magistrati, per le diplomatiche e gli agenti di polizia). La legge del 1919 inoltre si spinse oltre questo provvedimento: garantì infatti piena capacità giuridica alle donne coniugate (anche se gli uomini mantenevano ancora la patria potestà), il ché significava consentire l’avvocatura.

Nonostante l’importanza (soprattutto formale) di questa riforma, la legge non suscitò grande interesse nel mondo politico e nella società civile: a molti sembrò infatti un modo dovuto per ripagare le donne degli sforzi e sacrifici compiuti durante la guerra.

Il fermento, le novità e la nuova importanza che la donna rivestì durante la prima guerra mondiale purtroppo non continuarono nel periodo successivo alla guerra. Molte le donne che persero il posto di lavoro (tutte coloro che lavoravano nei laboratori di confezionamento delle uniformi così come le operaie addette alla fabbricazione di munizioni) e le donne che invece riuscirono a conservare la professione dovettero combattere contro una forte ostilità e opposizione, sia ideologica che effettiva, da parte di lavoratori maschi e da parte di una stampa fortemente maschilista. I giornali sottolineavano l’egoismo delle operaie, accusate di sperperare i loro guadagni in vestiti e frivolezze mentre gli uomini andavano a morire in guerra.

In conclusione la prima guerra mondiale diede alle donne l’occasione di sperimentare e sperimentarsi, di uscire anche solo momentaneamente dal focolare domestico per rivestire nuovi ruoli, nuove mansioni, nuove professioni, spesso appannaggio della sfera maschile. Le prospettive cambiarono, la rigidità dei costumi si allentò (tanto che le gonne si erano accorciate e in generale l’abbigliamento femminile diventato più pratico).

É tuttavia vero che questa sovversione di ruoli e di genere ebbe effetti temporanei e mutò, per la maggior parte, subito dopo il termine delle ostilità: per molte donne infatti la fine della guerra significò un ritorno ai vecchi ruoli.

Ma la rivoluzione ormai era iniziata: le prospettive erano cambiate, la consapevolezza delle donne mutata.

Purtroppo il periodo del ventennio mussoliniano, fino alla fine della seconda guerra mondiale, non aiutò l’emancipazione: ma questa nuova forza delle donne non svanì. Rimase solo in attesa di compiere la rivoluzione culturale che si scatenò subito dopo la caduta del fascismo.

E proprio alle donne vissute sotto la dittatura fascista sarà dedicato il nostro prossimo articolo.

Sara Venchiarutti

Note:

1 – Perry Willson, Italiane. Biografia del Novecento, Laterza, 2011

2 – Perry Willson, Italiane. Biografia del Novecento, Laterza, 2011

 


2 commenti su “Come eravamo: Le donne della Grande Guerra

  1. Angelo Meridda scrive:

    Buongiorno
    Tra le molte fotografie che mio padre ha fatto durante la Grande Guerra ci sono immagini di numerose donne che hanno al collo un pendente a forma di stella a cinque punte color argento. Ti manderei volentieri un’immagine ma non so come si può fare in questo commento. Se mi dai un indirizzo email posso inviartele.
    Mi farebbe piacere sapere cosa rappresentava quel ciondolo uguale per tutte che
    pendeva da un nastrino che forse era colorato (le fotografie sono in bianco e nero).
    Ti ringrazio per una tua cortese risposta Angelo Meridda

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